L’incontro con B. e con me stessa

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Tremare di fronte ad un bambino la cui vita si irrigidisce, cercare il modo per aiutarlo a rimettersi in movimento, capire ciò che ha agito su di lui, e su di lui soltanto, prenderlo per mano, camminare assieme a lui. Se ci avviciniamo a questo bambino immobile e silenzioso, che sia il nostro, interno, o quello che la vita ha messo sulla nostra strada, forse riusciremo ad inventare assieme, il gesto necessario a riprendere ciascuno le proprie cicatrici, ed il proprio cammino.

Un cammino che tracciamo in due, in tre, o separatamente. Però quel bambino – attraverso le proprie – ha risvegliato le nostre, antiche ferite. Ma è grazie a quelle ferite risvegliate, che la ferita aperta si cicatrizzerà, e le rigide armature cadranno.

La cicatrice può diventare luce solo al prezzo di un lavoro profondo di ciascuno, nell’amore di se stesso e dell’altro.

In questi anni di lavoro ho acquistato mano a mano la certezza, che qualunque sia il segreto dissimulato, l’oggetto del non detto, l’adulto non protegge il bambino pronunciando solo le parole, e neppure lo protegge pronunciando le parole che crede di “dover dire”, ma alle quali, è il primo a non credere. Si tratta di dire la verità, modificando il proprio atteggiamento verso l’irreparabile, trovando cioè la strada perchè questo, possa essere accettato. Ciò richiede tempo, ma soprattutto presuppone che l’adulto per primo, non resti prigioniero di una condizione di sofferenza o di ribellione senza uscita.

I “giardini segreti” infatti diventano prigioni per i bambini, se gli adulti ne sono a loro volta prigionieri.

Potremmo mai sottolineare abbastanza l’importanza degli altri per ciascuno di noi? O quanto è dato aspettare, cercare, per essere vicini l’uno all’altro? L’altro che ha bisogno di essere ascoltato anche quando tace, per poter un giorno smettere di tacere. Siamo tutti bisognosi l’uno dell’altro, abbiamo bisogno di sentirci riconosciuti, di essere amati, di amare. Anche di poter stare nel non sapere, per creare delle vie d’uscita.

L’incontro con B., una piccola particella di Luce con cui sono venuta in contatto un anno fa, e con il suo autismo, mi migliora ogni mattina che ci facciamo visita. Il suo silenzio, il suo stravagante modo di volermi comunicare la gioia, o il piacere, la sua minuziosa operazione di stabilizzare le conoscenze con quelle piccole ritualità talvolta eccessive per me, il suo sorriso aperto e limpido, aiutano a trovare un senso al mio cammino. B. mi sente per primo, quando sono io quella chiusa dentro il guscio; B. mi comunica la sua Tenerezza, attraverso gesti gentili e umili. Ci sono mattine che il lavoro di contatto e di sguardi fra noi, è talmente sottile e prezioso, che quasi mi commuove. E ci sono giorni in cui B. mi rivela l’ombra di una foglia che si sposta col vento, un chiaroscuro, un sottile fruscio. Batte le mani, a manifestare che sono arrivata a lui. Che ho visto come vede lui. E che ho sentito, per un attimo, il meraviglioso del mondo.

Sara

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