LA CONTINUA DANZA. Educare fra Fusione e Separazione. Appartenenza e Individuazione.

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Come appartenere? Come individuarci? Due fondamentali organizzatori della vita psichica del bambino, fra loro in continua danza, sono il bisogno di appartenenza, di simbiosi affettiva e il bisogno di esplorazione/differenziazione. Sono tappe fondamentali nel cammino evolutivo del bambino, ma poi a ben guardare, sono tappe che ci riguardano tutti quanti, ogni giorno.

Tutti noi in ogni momento, fatichiamo a pervenire al riconoscimento e alla scelta di quale possa essere il nostro modo migliore e più autentico di ”venire al mondo” ed essere nel mondo. Sento affiorare proprio questa oscillazione in ogni relazione d’amore e dunque anche nella relazione genitoriale, dove vi è in primis, la ricerca di un’ Appartenenza, la ricerca di una sintonizzazione reciproca, quella che Franco Fornari chiama la ricerca dell’ “Unità Affettiva Primaria”: la fusione fra due sguardi, due mondi, due vissuti.

Vi è un Contatto profondo. La parola Contatto viene dal latino con-tingere, che significa toccare, colmare la distanza fra due termini della relazione: l’Io ed il TU. Questo processo meraviglioso, questo atto creativo che cerca l’unione, non annulla però la reciproca provenienza di ciascuno, anzi proprio perché è un atto d’amore ne rispetta l’alterità, la diversità. O almeno così dovrebbe essere. Mi accade spesso di provare stupore, ogni volta che uno sguardo attento,empatico, si posa sul mistero dell’ Altro, sulla provenienza dell’Altro.

Devo dire che mi ha sempre suscitato grande passione e anche grande responsabilità, la ricerca di una posizione nella vita, “sufficientemente buona” – per dirla con Winnicott, da cui poter abbracciare pienamente l’esperienza dell’Altro, e imparare a lasciarla nuovamente andare. Questo camminare dalla simbiosi per poi giungere alla creazione di una separatezza che ricrea il legame, mi ha sempre affascinato.

Ma cosa significa per il genitore, fare esperienza di una progressiva individuazione di sé rispetto al figlio e viceversa? Cosa sperimenta il genitore fisicamente, razionalmente, emotivamente, quando sente che il figlio è portatore di emozioni, di necessità fisiche ed emotive, diverse, irriducibilmente differenti, dalle proprie? Come vivere questo tipo di consapevolezza, questo paradosso fra appartenenza e separatezza, questo graduale modellamento evolutivo, così fondamentale perché si determini nel bambino la formazione dell’Identità? E cosa significa per il genitore, individuarsi anche rispetto alla propria genitorialità?

Quando accudiamo i nostri bambini, nelle semplici cose di tutti i giorni, cosa ci accade se i nostri parametri per giudicare la sicurezza,la salute, la bontà, la felicità del nostro bambino, divergono e si differenziano molto, dai parametri che la maggioranza del nostro prossimo adotta? Questo scarto educativo, ci rende più forti o più vulnerabili? Chi sceglie uno stile genitoriale basato sull’empatia, si fa questa domanda centinaia di volte. La condizione paradossale che deriva dal dover scegliere se essere in conflitto con i propri istinti, o essere conflitto con il proprio contesto sociale, porta a volte a situazioni di difficoltà. E questo è dovuto ad una interferenza culturale pesante, eredità del passato.

Per molti anni infatti hanno trovato terreno fertile teorie e pratiche educative che prevedevano prassi quali lasciar piangere il bambino, attenersi a degli orari, lasciar dormire da soli i figli appena nati, non prenderli in braccio “perché sennò prendevano il vizio”. Correggere subito i comportamenti spontanei del bambino- prassi pedagogiche assolutamente prive di senso da un punto di vista biologico ed emotivo.

Ma ancora oggi sono molte le madri che aderiscono a questo modello, che ha all’origine un atteggiamento educativo basato sul controllo e sull’autodisciplina, che vive con diffidenza tutto ciò che non appare certo, prevedibile, contrallabile. Questo modello, necessita spesso di delegare ad “esperti” esterni la possibilità di definire quali sono le norme da seguire in famiglia, le abitudini da dare ai propri figli. Appare pertanto in questo modello, l’idea che né il bambino, né i suoi genitori, sono in grado di cavarsela da soli, di percepire correttamente i bisogni dei propri figli, le esigenze, di sviluppare delle soluzioni, di fare delle scelte appropriate per il benessere familiare. Vi è in questo modello educativo, la tendenza a controllare e quella ad essere controllati. E’ un modello che ha una sorta di verticismo organizzativo, che fa da garante allo sviluppo sano del bambino, con norme da applicare senza variazioni od eccezioni. Sale agli occhi qui,il concetto della “coerenza” (ossia l’applicare sempre allo stesso modo una regola, a prescindere dalla situazione e dal contesto). Questo modello fa sentire i genitori poco competenti su come allevare ifigli, sviluppa sempre più spesso, atteggiamenti educativi, di incertezza e di ambivalenza, di distacco emotivo a livello relazionale.

Negli anni però, a fianco di questo modello più di tipo comportamentista, si è fatta spazio un’altra proposta pedagogica, legata non più ad un modello educativo basato sul controllo e sul distacco, ma sul valore dell’empatia: un modello in cui si sceglie di seguire liberamente l’istinto biologico ed emotivo, si porta in bambino in fascia, si allatta a richiesta ed in maniera prolungata nel tempo, si sceglie di dormire assieme al figlio etc.c..Studiosi come Daniel Stern o o Donald Winnicott, hanno descritto la valenza di questo rapporto speciale che si stabilisce fra la mamma e il suo piccolo, e come questo legame sia perfetto per soddisfare i bisogni di entrambi. In questo modello, viene sottolineata l’importanza del “contenimento” materno, della protezione, della holding, della reverie, dell’aver cura del bambino secondo quelle che sono le sue necessità evolutive. Chiamerei questo modello, il modello Empatico: dell’accudimento e del contenimento. In questo stile educativo vi è un portare lo sguardo in maniera istintuale, naturale, verso il volto del proprio figlio, vi è la continua ricerca di sintonizzazione con lui, vi è un ascolto profondo dei bisogni che esprime, delle fragilità che mostra. Vi è un ascolto il più possibile non giudicante: di apertura, attraverso la paziente costruzione di una fiduciosa attesa .Ma Attesa di che cosa? Che bambino possa esprimersi in ogni sua delicata fase evolutiva e che possa esprimere il proprio potenziale. E’ un’ Attesa che il genitore costruisce giorno dopo giorno, posso dopo passo, sguardo dopo sguardo, scegliendo, valutando il contesto, osservando il bambino, i suoi bisogni, ascoltando le emozioni , gli affetti in gioco.

Tuttavia, affinchè il bambino possa esprimere il proprio potenziale, ha bisogno anche che il genitore si faccia un po’ da parte, che lo faciliti sul piano dell’autonomia, che lo lasci solo ad esplorare le sue fragilità e le sue risorse. C’è bisogno che il genitore stia molto attento a non prolungare la simbiosi affettiva primaria.

Simon Weil, una grande pensatrice del secolo scorso, parla di Attenzione come di Attesa. Nell’Attesa vi è una qualità di sforzo, una tensione, un “tendere verso” . C’è un movimento implicito nell’ Attesa, è quasi un atto di declinazione di sè. C’è una parte di noi che si svuota, che si fa concava, è una ferita che si apre per poter ospitare l’Altro. L’attesa comincia così, è la storia di uno spazio che si riduce per fare spazio: sono i mesi di gravidanza. Poi è la storia della nascita. Si apre uno spazio, affinchè l’altro si manifesti. E’ doloroso, talvolta. E’ anche andare un po’ lottare contro se stessi, perché non sempre è facile fare spazio, ospitare, ricevere l’altro e farsi da parte. L’attenzione quindi come Attesa implica una profonda disciplina interiore.

Si fa accoglienza lasciando spazio al figlio, ma anche rispettando e ricercando i propri spazi. In questo processo di allontanamento e di avvicinamento, in questo costante dialogo fra i due termini della relazione, che sono l’ IO ed il TU, ecco l’Attenzione come Attesa che apre all’ inter-soggettività. Senza attenzione empatica e dunque Attesa, non è nemmeno possibile pensare l’educazione, né io credo oggi- alcuna forma eticamente corretta di prossimità .

Entro questo modello pedagogico non c’è una delega ad un ‘autorità esterna che fornisce strutture normative, ma c’è una faticosa e costante ricerca di una responsabilità interna alla relazione, un continuo riposizionamento dei protagonisti della storia educativa, importantissimo per lo sviluppo psico-affettivo del bambino e anche per l’assetto dell’intero  sistema familiare.

L’esperienza simbiotica, quella fase primaria di pieno soddisfacimento dei bisogni, non è da sola sufficiente al bambino perché si senta riconosciuto nel proprio sé, perchè si senta integro, coeso. Occcorre di nuovo mettere distanza. Attraverso la frustazione, l’assenza del proprio oggetto d’amore, il bambino simbolizza come processo cognitivo e affettivo, quelle parti di sé rimaste orfane, perché prive di un soddisfacimento immediato. Ed è proprio la distanza a permettere al bambino di trovare in sé le risorse, a sviluppare il proprio processo simbolico. E’ ancora una volta il vuoto a permettere nuovi apprendimenti, nuovi  schemi di adattamento, nella mente del bambino. Trovo difficilissimo eal tempo stesso, meraviglioso questo paradosso: saper donare appartenenza e saper donare differenziazione, saper vivere unione e offrire separazione. Permettere al proprio figlio di crescere, di diventare se stesso, di svelarsi per quello che è sostenendolo nel suo divenire, lasciando che trovi la sua propria forma, è davvero un lavoro di grande dedizione e di cura. E del resto, l’ amore abita questi  movimenti. Nasce dentro un’ unione, si nutre del contatto profondo e passa attraverso una ferita, la cui cicatrice ci ricorda che siamo venuti al mondo e che altre attese ancora, ci germineranno.