Attraversare il Lutto assieme ai nostri figli

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“Ma il mio bambino, soffre davvero a tre anni? Come gli posso dire che lo zio non c’è più?  E’ meglio secondo lei, la partecipazione del mio bambino alla sofferenza degli altri  familiari, o la sua esclusione? “  (  una mamma in Consulenza Pedagogica )

I genitori fanno spesso questa domanda quando si trovano a dover decidere se includere o meno il loro bambino nei rituali che accompagnano una morte. Mi sembra importante che ciascun genitore possa inserire nelle esperienze educative con il proprio figlio, anche il tema del morire. Un tema che viene troppo spesso affrontato, solo nel momento della perdita della persona cara e non prima. Mi è caro sottolineare la valenza pedagogica ed esistenziale di un’educazione alla finitezza della vita, fin dalla prima infanzia. Non solamente in relazione ad eventi luttosi da elaborare, ma anche in termini preventivi. Viviamo in un clima culturale che mette una forte resistenza a soffermarsi su un tema così delicato, proprio perchè l’immaginario collettivo è che se noi pensiamo all’infanzia, pensiamo ad un momento felice dell’esistenza, da tutelare rispetto a qualsiasi possibile incursione dolorosa. Eppure mai come oggi viviamo all’interno di un grande sfilacciamento educativo, in cui la morte viene sia presentata senza freni, esibita ( internet..videogiochi..), sia negata nel suo lato più autentico carnale e sul lato psicologico ( quali sono i significati che ciascuno di noi ci mette nella propria ed altrui morte). La morte è ovunque nei giochi infantili: sparatorie, lotte, uccisioni. Immagini televisive. I bambini stanno apprendendo che la morte si può eludere, si può aggirare con l’astuzia. Oppure si muore e si ritorna in vita…in pochi minuti. Hanno immagini di morte che non corrispondono all’esperienza autentica del morire. Ecco perchè ad esempio, è importante educare i bambini al contatto con la natura: la natura con il suo CICLO della VITA è un luogo preziosissimo attraverso il quale educare i bambini alla trasformazione, al cambiamento, al morire e al divenire.

Non bisogna poi dimenticare che c’è un carattere di finitezza implicito, in ogni esperienza educativa. Quanto è importante educare il bambino “a portare a termine” ad esempio un’attività, o a camminare nell’incertezza…per trovare il tesoro. E ancora, quanto è significativo per un genitore accompagnare il proprio figlio soltanto fino ad un certo punto e non oltre, e lasciare che il bambino trovi in sé le risorse per far fronte all’esperienza! Essendo oggi immersi in una cultura che tende prevalentemente rifornire il bisogno del figlio e a saturare il suo desiderio, la morte intesa come Perdita e Assenza di qualcosa, è un luogo molto scomodo di sosta per il genitore. E di conseguenza il bambino non è educato a sperimentare la frustrazione della perdita. Spesso le sensazioni di smarrimento, di vuoto, di malinconia, di tristezza, vagano nomadi nel cuore dei nostri bambini. All’interno delle loro settimane i bambini vengono poi “distratti” da mille attività e prestazioni, e sono davvero poche le radure di senso accoglienti e calde pensate per loro, per la produzione e l’elaborazione della crisi.

Secondo lo storico e filosofo francese Philippe Ariès, la società occidentale ha bandito la morte. E con la morte, anche le emozioni ed i vissuti dolorosi. Siamo colti quasi di sorpresa, impreparati, impauriti e senza strumenti nel ricercare un nuovo adattamento, dopo una perdita. Crediamo erroneamente che i bambini e gli adolescenti debbano essere protetti da questo argomento, che non possiedano strumenti intellettivi ed emotivi per poterlo sostenere, ed in parte è così. Ma in parte i bambini hanno anche un sapere intuitivo, una sorta di capacità innata ( che noi adulti invece abbiamo perso) in grado di mettere il loro vissuto,direttamente in contatto non verbale con l’esperienza e con le emozioni presenti in famiglia. Ovviamente con la crescita, aumenta la consapevolezza e la capacità di affrontare le esperienze dolorose dell’incontro con il limite e con la morte, e da come sono vissute ed elaborate nell’infanzia, dipende molto del modo in cui saranno affrontate successivamente nella vita. Anche per questo motivo è molto importante prendersi cura dei bambini, quando per la prima volta si confrontano con la perdita.

I bambini, che tanto amano “l’economia del sicuro” come scrive la Vegetti Finzi, hanno timore dei cambiamenti concreti che avvengono in famiglia con una separazione o un lutto: “Chi mi porterà a scuola? Chi mi curerà se mi ammalo? Chi mi racconterà le favole? Chi mi riprende a ginnastica?” Il bambino può così esprimere le proprie paure facendo tante domande, oppure può manifestare un’apparente indifferenza che in realtà maschera uno stato di rinuncia, di rassegnazione, di sfiducia.I bambini, specie i più piccoli, non conoscono, né sanno usare parole astratte che denominano emozioni e stati d’animo, né si rendono conto che le loro reazioni comportamentali sono connesse alla perdita. Inoltre, certe esperienze sono così profonde che sono veramente indicibili con le parole. Gli adulti devono allora cercare di interpretare le preoccupazioni, le emozioni nascoste nei gesti, nei comportamenti rassicurandoli, consolandoli, incoraggiandoli a esprimersi, sia con le parole che con l’aiuto di attività educative, come fiabe, disegni, marionette, storie, affinché angosce, interrogativi e sentimenti,non rimangano sepolti e non continuino a essere troppo disturbanti e dolorosi.

Il punto centrale è accettare che la nostra vita sia un continuo alternarsi di Finitezza e Rinascita. Erich Fromm a questo proposito, diceva che l’uomo non potrebbe essere, se mantenesse in vita ciò che invecchia. Scrivo davanti alla finestra della mia camera ed osservo il cielo plumbeo e piovoso di questo pomeriggio primaverile. Questo mi spinge ad attendere creativamente l’arrivo di una giornata luminosa e mite, lasciando emergere volentieri le mie riflessioni attraverso la scrittura, per non offrire troppo spazio al grigiore. Vivere creativamente, avere il coraggio di compiere atti creativi è dunque qualcosa che ha che fare con la morte.

Abituarsi a lasciare andare i vecchi schemi o le vecchie rassicuranti abitudini, sconfinare nell’unheimlich, nel non familiare, affinchè il nuovo posso trovare forma e legittimazione dentro di noi, è un passaggio scomodo, ma può aiutarci a sostenere anche i nostri bambini quando a loro volta, attraversano Zone d’Ombra.

Il filosofo francese Gilles Deleuze, in un suo saggio sull’atto creativo, sostiene che esiste un’affinità fondamentale tra l’opera d’arte e la resistenza:“Creare significa di diritto, resistere. E resistere significa di diritto, creare”.

Educare i bambini a resistere alla perdita e alle altre emozioni che si muovono dentro l’esperienza del lutto, ricorda loro e ci ricorda, che il dolore è un compagno di viaggio in grado di traghettarci tutti quanti, verso nuove terre e possibilità di vita. In un continuo e sorprendente divenire.