L’esperienza Creativa del Conflitto

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Scrive Alda Merini che per diventare semplici e per mettersi nudi davanti agli altri occorre “la forza di essere uomini, quella che ci fa accettare i nostri limiti, che ce li fa comprenderedandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto”.

Quando ho aperto il varco al mio “movimento” interno di discesa dentro di me, avevo appena partorito la mia seconda figlia. Ero convinta che dopo l’evento del parto sarei stata psicologicamente più forte e che le pareti del mio animo si sarebbero consolidate, con l’uscita della bambina. Accompagnare mia figlia nella sua storia di prematurità, in quel faticoso alternarsi del respiro fra improvvisi arresti, battiti di fuga, poi fedeli ed ostinati ritorni, mi ha permesso di contattare quella fragilità con cui veniamo al mondo e al tempo stesso, quella forza che abbiamo tutti noi ogni volta che scegliamo di rimanere in questa nostra pelle e carne del mondo. L’esperienza della prematurità della bambina, nella sua continua danza fra essere davanti a me e al tempo stesso non esserci ancora pienamente, ha rivelato un’ambivalenza anche mia: ho sentito la dualità fra pieno e vuoto, l’opposizione fra tensione e resa, lo scontro fra sforzo e cedevolezza.

Da qui è nato il mio interesse ad approfondire la tematica del CONFLITTO nel mio lavoro pedagogico, al fine di riscoprire la dialogicità delle istanze in opposizione tra loro. Il lavoro sul Conflitto non è un lavoro semplice o scontato. Siamo in un’area molto misteriosa, perché tanto del lavoro sul Conflitto viene dall’infanzia, si origina nel nostro carattere (Naranjo) e pertanto, si fa fatica in età adulta a dargli una collocazione, una cittadinanza interna. E’ come qualcosa che aleggia e che rimane dentro di noi, diventando un’esperienza poco decifrabile e poco controllabile. 

Il punto fondamentale è come esplicitare, come rendere narrativo qualcosa che alberga dentro di noi e che spesso ci accompagna nel quotidiano come istanza che giace molto in profondità e che non riesce a trovare il suo spazio vitale. Non è operazione facile, perchè sono molte le “interferenze” che tengono in giacenza i nostri vissuti. La conoscenza della filosofia della Gestalt con il suo flusso di consapevolezza “Figura/Sfondo nelle due direzioni, sia quella relativa all’esplorazione della relazione interpersonale, sia quella dell’analisi della relazione intrapersonale, mi è sembrato un’ottimo terreno di partenza, proprio perché l’approccio filosofico riveste un ruolo centrale nell’approccio fenomenologico e pedagogico.

La grande opportunità del Conflitto è includere l’Altro e non escluderlo, dalla negoziazione e dalla trattativa: entrambi i protagonisti della storia conflittuale (siano istanze interne o volti reali) vengono a trovarsi in un’inclusione reciproca, nonostante la profonda divergenza delle prospettive di partenza e delle rispettive provenienze emotive. Mi piace molto ricordare come Martin Buber definisce la relazione “Io/Tuuna relazione dialogica fra due soggetti in pari dignità, distinguendola dalla relazione Io/Esso, dove l’Altro viene trasformato da soggetto in Oggetto (della relazione). Pertanto nel mio lavoro sul Conflitto ho inserito anche un modulo sulla qualità del Contatto nelle relazioni, perché ritengo che senza avere prima sperimentato questo sentire, è pressochè impossibile scegliere di lavorare sul Conflitto. Il tessuto che nasce nel telaio fra Io Tu, dipende dalla qualità che entrambi vogliono tessere, verso l’essenziale umanità dell’Altro. Portare consapevolezza sulla qualità del Contatto e sui meccanismi di difesa operanti nelle varie fasi, permette di riconoscere e di disattivare tutte quelle distorsioni che spesso agiscono proprio come dinamiche di potere nella relazione Io/Tu, tendendo a tiranneggiare, ad escludere o a violare, proprio la reciprocità.

Uno dei motivi per cui si rinuncia a stare nel Conflitto è che spesso l’intensità conflittuale si confonde con la Violenza. Comprendere che cosa è Violenza e che cosa è Conflitto, ci permette di vivere con più consapevolezza l’area conflittuale (Daniele Novara) e ci lascia sperimentare le resistenze e le possibilità relazionali. Anche riconoscere la provenienza del nostro personale Stile Conflittuale (Thomas e Kilman) ci offre lo spunto per ampliare la nostra consapevolezza emotiva. La comunicazione conflittuale è permeata di emozioni e spesso non è una comunicazione riconducibile ai soli “concetti”, ma ci fa addentrare nell’area delle analogie e delle rappresentazioni simboliche. Pertanto lavorare sul Conflitto ci rende artisti “di mondi possibili” – come abilmente spiega la professoressa Marianella Sclavi- ovvero, ci allena ad ampliare le nostre vedute/premesse originarie ed i nostri scenari quotidiani, sviluppando la capacità di andare oltre lo scontro di posizioni, verso qualcosa che è nuovo ed è raggiungibile per entrambi.

La cultura “armonicista” di cui sono figlia, che ha perpetrato per anni il “Non litigate!!” in educazione, ha vietato l’accesso all’esperienza conflittuale. Certamente desiderare “l’Armonia a tutti i costi” non è la premessa del Conflitto, ma può essere la sua più probabile conseguenza.

Il Conflitto non va eluso o eliminato infatti dall’esperienza educativa, ma va attraversato, scoperto, vissuto, perchè l’unione delle istanze (interne ed esterne) sia raggiunta. E’ la valorizzazione della dissonanza e dello spiazzamento che crea possibilità di congiunzione, che facilita la gestione creativa del conflitto. Ma va detto che in educazione tutto ciò che si muove “in direzione ostinata e contraria” (per dirla alla De Andrè) spesso fa paura e crea disordine, così viene sfuggita la partigianeria educativa, a favore di una visione di neutralità armonicista, per altro sempre più spesso illegittima verso i bisogni individuali e verso la ricerca pedagogica.

Tuttavia nei momenti di maggiore smarrimento del mio lavoro, circostanze in cui lo scontro conflittuale con posizioni divergenti è stato alto e doloroso, mi sono ricordata di mia figlia, di quell’esserino di pochi etti che imparava a venire al mondo dietro l’oblò della sua incubatrice. Anche oggi il pensiero di mia figlia e della sua forza creativa, mi permette di andare avanti e mi genera nuovamente, in ogni momento buio.

“Di fronte all’esperienza del terreno che manca sotto i piedi -scrive Marianella Sclavi- la risposta giusta non è quella di puntarli con maggior forza, ma di librarsi ad una spanna da terra”.

Dedico a Gemma e alla sua leggerezza, questa continua e appassionata ricerca di cornici possibili.