Educare alla Finitezza

duy Huynh 

Quanto siamo disposti a sostare dentro l’Assenza, a trasformare lo spavento o la malinconia in riflessione? La tristezza in esperienza generativa? Come sostare dentro la costellazione emotiva del Distacco? 

Ancora prima di disporre un intervento educativo è necessario mettersi in discussione per primi: ascoltare bene cosa accade dentro la nostra vita nell’attraversamento di un lutto, o di un distacco, o dentro un cambiamento.  Se scelgo di sperimentarmi dentro processi di ascolto, di accoglimento, di riconoscimento e di significazione, è possibile allora che io possa fornire col tempo, un terreno accogliente e caldo al soggetto in formazione, una radura, in grado di ospitare la produzione simbolica della crisi che l’altro sta sperimentando o che ha vissuto.

L’interpretazione fenomenologica in pedagogia, non è né soggettivistica né oggettivistica, ma è “relazionistica”. Si afferma la valenza del doppio. Il che evidenzia e disegna un soggetto, che è parte della realtà in cui vive, che è immerso in una rete, che è esso stesso ciclo, stagione, cambiamento. La possibilità di conferire senso nell’incontro con l’altro, sta pertanto nella capacità che ciascuno di noi possiede, di intervenire significativamente nel mondo all’interno di un processo sempre situato, ma dialettico. E’ il coinvolgimento, la vicinanza tra alterità, che permette di dare un senso al “come”, più che al “che cosa”. Ed allora mi interessa sperimentare “come “ posso raccontare ai miei figli, anche l’incontro con la morte e il morire, in un clima culturale che pone forte resistenza al dialogo con un tema così delicato. Mi domando come mamma e come educatore, “come” posso attrezzami per aiutare i bambini ad aiutarsi nei distacchi, e anche come posso io intenzionarmi verso il mondo che vivo, assumendomi per prima, la responsabilità del suo naturale ritmo e conferendo quindi senso, agli oggetti che incontro -e dunque al nascere e al morire delle esperienze.

Mai come oggi la morte è presentata senza freni ed esibita ed al tempo stesso negata. La morte è ovunque nei giochi infantili. I bambini ricevono le stesse immagini degli adulti e ne sono turbati. Stanno apprendendo che la morte si può aggirare con l’astuzia. Si può eludere. Evitare. Oppure imparano che possiamo avere due vite. Hanno assistito a migliaia di morti televisive, ma non hanno magari ancora vissuto l’esperienza vera della morte di una persona cara. Bisognerebbe cercare delle occasioni con i bambini per educare alla morte, senza l’impatto emotivo dell morte di una persona cara. La cosa può rivelarsi anche molto semplice, la natura è piena di occasioni educative: l’osservazione di una pianta, la cura verso un animale domestico, un uccellino che è caduto dal nido. Sono tutte occasioni per verificare che la morte è reale, che i legami talvolta stretti, si sciolgono e che c’è un distacco da attraversare. Ma a ben guardare, l‘esperienza stessa è tempestata di perdite (quotidiane, evolutive, fisiologiche) dalla nascita, al passaggio dall’allattamento al gioco, all’esclusività della mamma con la nascita di un fratellino, a dover condividere un gioco con il compagno ( uscire dalla fase “è tutto mio”), o il bellissimo castello di sabbia che con l’onda del mare sparisce, o il brutto voto a scuola. Margaret Malher parla non a caso di Linfelong Mourning Process, ovvero di un processo di lutti che dura tutta la vita e che ci insegna a perdere, per crescere . Un vecchio detto buddhista dice che la nostra vita è tempestata di perdite, perchè ” perdendo…non ci si perda la lezione”.

E non perdersi la lezione, è apprendere. Apprendere come esser-ci, dentro questo continuo alternarsi di Finitezza e Rinascita. Capire autenticamente “come” vogliamo Esser-ci in questa vita, tenendo uno sguardo su ciò che termina, imparando l’Attesa, celebrando la trasformazione di ogni qui e ora. L’antropologa Margaret Mead scrive: “ Il vasaio che lavora l’argilla, conosce i limiti del suo materiale”. Come dire che la nostra libertà, inizia quando ci rendiamo conto di quel che è possibile e di quello che non lo è.

Così avviene anche all’interno della relazione educativa: amiamo e lasciamo andare molto, di ciò che amiamo. E possiamo educare i nostri figli che il distacco e la perdita, sono parti della crescita e fonti necessarie, per nuove e successive, acquisizioni. Lasciando andare la beatitudine indefinita della fase di simbiosi madre-figlio, diventiamo individui unici e separati, ad esempio. Non possiamo diventare persone separate, senza perdere qualcosa, senza abbandonare, senza lasciare andare via. Ognuno di noi elabora una propria riposta interna, agli eventi esterni della vita. Perciò è cosi importante integrare tutte le esperienze ed educare anche i nostri figli, a scoprire la loro personale risposta creativa alla trasformazione ed al cambiamento.

La consapevolezza della perdita, rende ancora più profondo l’amore”.

Otto Kernberg

 

( Illustrazione, Duy Huynh )