Per una Pedagogia della Domesticità

Negli ultimi mesi sto sehomeguendo l’attività di “Tagesmutter Toscana”: un’ associazione giovane che porta sul nostro territorio l’esperienza del servizio Tagesmutter sul modello nord europeo di educazione familiare, ovvero la formazione di una figura professionale che si occupa della gestione educativa dei bambini -specialmente nella primissima infanzia- all’interno di un contesto familiare, secondo le direttive e le linee guida elaborate dal modello trentino “Domus Tagesmutter”, che ha al suo attivo un’attività pluriennale di lavoro in Italia, nel settore dell’Educazione Familiare.
Da anni apprezzo molto i valori pedagogici che sono alla base dei progetti di educazione familiare ed in particolare di questo percorso pensato per i più piccolini e condivido lo sguardo sulla Domesticità, inteso come luogo educativo e di crescita.

Domus sta proprio ad indicare la domesticità: da Domus casa, ma anche Famiglia.
In Inglese ci sono due termini per dire Casa: Home, che sta ad indicare la casa abitata da dei legami, un termine comprensivo del concetto di famiglia ed House, che indica invece la casa fisica, l’edificio in quanto costruzione. Come l’accezione inglese di Home, Domus mira a sottolineare proprio il contesto familiare affettivo, uno spazio dove si creano dei legami e delle relazioni significative e non solo fra le persone, ma anche fra le persone e gli oggetti materiali che si trovano nella casa (house) e che a loro volta, rinviano a storie, situazioni, persone, ricordi.

La Casa /Home sta perdendo oggi anche culturalmente molti dei suoi significati educativi. Spesso si delegano ad esperti “esterni a casa” , le dimensioni istruttive e formative dei bambini. Vivere la Casa/Home nell’esperienza del bambino è qualcosa di più prezioso rispetto al vivere solo il luogo ( house) dove si cena e si pranza e dove si rientra alla sera. Il concetto di domesticità mette al centro proprio il luogo “casa-domus” come luogo dove il bambino apprende, esplora, fa esperienza e si sente sicuro. La casa è il luogo dei legami e dell’espressione dei bisogni primari: far colazione, pranzare e cenare, dormire e svegliarsi, discutere, ridere, piangere, litigare e fare pace, rilassarsi, giocare, stare in pace da soli o stare con gli altri. La casa riassume in sé tutte le sfaccettature del contesto oggettivo (il contesto fisico, culturale, sociale, linguistico) e del contesto soggettivo ,ovvero di quella particolare attitudine affettiva con cui ciascuno di noi connota il vissuto e la comprensione delle diverse circostanze. L’autrice americana Katerine Nelson ha elaborato un modello di sviluppo concettuale in cui il contesto fisico, inteso come ambiente abitato e vissuto, ha una funzione importante nella crescita globale della persona. La Nelson parla dell’importanza di un “contesto soggettivo”, rappresentato proprio dall’attitudine affettiva personale dei bambini, nel rielaborare la specifica circostanza da loro vissuta ( sonno, pranzo, accudimento, gioco). Perchè questo accada occorre fare spazio al Bambino: ai suoi tempi ed anche al suo ambiente. Pertanto vengono declinate a sua misura, le condizioni della quotidianità dentro la quale lui fa esperienza. Certo pensare oggetti e spazi come accade nei nidi istituzionali, appositamente creati e pensati per i bambini è importante, anche perchè dietro l’arredo della struttura del nido vi è una precisa intenzionalità pedagogica ( o almeno così dovrebbe essere!). Gli educatori che operano nei servizi istituzionali hanno ben presente le sottolineature autorevoli che invitano ad introdurre nello spazio elementi che ricordino la casa, quali divano, tende, piante verdi, tavolini. A queste raccomandazioni, si aggiungono quelle volte a diminuire le fonti di stress, come ad esempio la necessità di predisporre spazi di privacy, lontani dalla pressione del gruppo ( La Elinor Goldschmied ad esempio, nella sua ricerca sulla pedagogia dello spazio, lo indica spesso). Altrettanto bello e prezioso, è lasciare che i bambini facciano esperienza con il loro mondo reale e quotidiano: fatto di cucina, di sala da pranzo, di odori, di sapori, di giardino, di animali, di cani e gatti, di nonni, di amichetti e di vicinato. E’ bello che i bambini sentano questo tessuto come buono per loro, accogliente, vivo, rispettoso.
I bambini – prima che se ne perda la consapevolezza, hanno diritto alla casa, innanzitutto prima alla loro casa , alla loro Domus e hanno diritto di esplorare la domesticità come occasione di apprendimento: odori, gesti, usanze, riconoscibili per loro e quindi rassicuranti.
Si tratta di riposizionare lo sguardo su ciò che c’è. Su ciò che già esiste. Mettere al centro i legami e lo spazio che li connota, proprio come luoghi di apprendimento e di crescita significa offrire un contesto vero a cui il bambino si sente di appartenere. Per un bambino infatti il sentirsi “appartenente” è una questione d’ identità, gli permette di sentirsi sicuro. Appartenere è abitare nella mente e nel cuore di qualcuno.

Nella metà degli anni ’40 Emmi Pikler, pediatra e pedagogista che gestiva l’organizzazione della Casa per l’infanzia in via Loczy a Budapest ( da cui il nome, “l’Esperienza di Loczy”) precisò una metodologia educativa all’avanguardia per l’epoca -probabilmente sera venuta in contatto con Maria Montessori- che teneva conto dello sviluppo naturale del bambino. I punti centrali della sua riflessione:

  • rispettare i “tempi per crescere”e non anticipare, né forzare tempi del bambino per apprendere;

  • facilitare l’autonomia motoria ed esplorativa del bambino, nella sua esperienza spontanea;

  • provvedere ad un clima rassicurante e familiare per il bambino, entro un un ambiente (che la Pikler chiamava “Unità di Vita”) accogliente e pregnante di significati;

  • avere cura della buona salute del bambino, l’importanza di vestirlo con abiti comodi e confortevoli;

  • osservare con attenzione e premura il bambino, compilando giornalmente un diario e documentandone lo sviluppo;

L’impostazione pedagogica della Pikler centrata sulla “qualità” della relazione, permette di stare con ciò che realmente il bambino vive, agisce, sente. Non è interessata ad osannare le “prodezze” del bambino, quanto invece ad “accendere sguardi” su di lui: da qui la minuziosa attenzione ai gesti, agli sguardi e alla comunicazione e la ricerca sempre rispettosa ed attenta, nel non anticipare i tempi o gli schemi di apprendimento del bambino. In questa ottica il ruolo dell’adulto ruota attorno alla “presenza” affettiva, che si traduce anche in gesti di cura e di “regia”, pensati intenzionalmente per orientare una quantità e una qualità di fattori, che agiscono sull’emotività e la crescita del bambino.

Il progressivo inserimento nel mondo per il bambino, comincia partecipando ad una struttura di base della quotidianità, nella familiarità ed attraverso il conforto dell’ambiente, con figure di riferimento stabili ed empatiche. Loczy è stata una bella illustrazione di questa possibilità, dove ingredienti della quotidianità – tempo, spazio, ripetizione, familiarità – hanno saputo creare un ambiente sufficientemente buono per quei bambini che vivevano i primi giorni o mesi di vita, fuori dalla famiglia di origine.

In uno spazio utopico di educabilità ancora pulsante, mi piace e mi appartiene orientare lo sguardo sulla “Pedagogia della Domesticità” e più in generale, sui modelli di educazione familiare e libertaria.  E’ uno sguardo che sento vitale e così necessario oggi: ancora permette di assumersi il rischio della Gentilezza, dei Legami, della Creatività, dell’aver cura dei Tempi dell’Altro e soprattutto della sua Libertà.

…bisogna rispettare che sia l’altro a decidere, alla fine, del suo destino e dei suoi apprendimenti: è il principio di libertà. Il principio di libertà è indissociabile dal principio di educabilità. Senza rispetto della libertà l’educabilità diventa addestramento. Senza educabilità il rispetto della libertà, si trasforma in fatalismo” (Philippe Meirieu)